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Goodbye Istambul
A volte il modo migliore di
scoprire una città è semplicemente quello di salire sul primo bus che passa
sotto casa e vagare senza meta. Il risultato, ovviamente, è che ci si perde. Se
riuscirete però a ritrovare la strada avrete vissuto un’avventura e la città vi
sarà un po’ meno oscura. E’ quello che ho fatto per voi. Un viaggio immaginario
in una città da sogno: Istanbul. Ho cercato di riassumere quello che per me è
questa città, le sue bellezze e le sue contraddizioni, ho cercato di riassumere
Istanbul in una giornata, per quanto questo sia possibile.
Sono le 8 di una ventilata mattina di maggio. Il cielo è terso. La fermata del
bus è proprio sotto casa e il 319 mi conduce a Kadikoy, tappa di partenza. La
prima cosa che colpisce il turista all’arrivo in città è sicuramente il mare,
un’immensa risorsa. Istanbul vive del suo mare, se ne sazia come un bambino si
disseta da una fontana. In passato erano le carovane di mercanti cariche di
spezie e stoffe pregiate, oggi sono le grandi petroliere che ogni giorno
attendono pazienti il loro ingresso nel porto. Loro sono li, ferme, nere come la
pece, mentre le bianche moschee alle loro spalle sembrano appoggiarsi sulle loro
stive. Un colpo d’occhio eccezionale. Immerso in questi pensieri, seguo il
flusso di folla tra le stradine del quartiere. Un forte odore di pesce (balik
ekmek) bagna l’aria di mare. Qui un panino col pesce costa più o meno un euro e
cinquanta ed è anche per questo che è difficile non fermarsi ad ogni venditore.
Nel mercato si trova di tutto, dai dolci alle spezie. Donne e uomini si
accalcano al bancone del pesce, gli ultimi solitamente per ordinare qualche
mydia (cozze ripiena di riso) e chiacchierare mentre le prime scelgono cosa
preparare per il pranzo. Torno allora al bus e da li un traghetto mi conduce
fino ad Eminonu, tappa obbligata per i turisti. Interi stormi di gabbiani
accompagnano il lento incedere della barca, in attesa che qualcuno lanci
molliche di pan di sesamo, che sembrano essere molto gradite dai gabbiani, cosi
come dai Turchi.
Abbandonata Kadikoy, posta nella parte asiatica della città, arrivo ad Eminonu,
Europa, dove la maestosa Santa Sofia domina dall’alto la zona. Bizzarro notare
che uno dei simboli della città, Aya Sofya appunto, porta il nome di un santo in
una città con il 90 % degli abitanti musulmano. Non che il restante 10% sia
cattolico, tra l’altro. Ma Istanbul è anche questo. Tante contraddizioni che
convivono pacificamente. Si fa fatica a camminare. Per chi vive in una città
turistica non deve essere per nulla semplice convivere con migliaia di turisti
che ogni giorno affollano lentamente le strade della città, soprattutto se si va
di fretta. Decido allora di prendere la metro che passa proprio di fronte la
chiesa-moschea. Poco distante dall’ultima fermata, nascosta dalle rotte dei
turisti, scopro cosi una delle zone più particolari di Istanbul: Fatih. La città
si trasforma. Mi perdo tra le bellezze di questo quartiere e ne visito ogni
angolo. Molte donne indossano addirittura il chador, mentre nel resto della
città è più usuale l’esarp (il tipico velo utilizzato dalle donne per coprire i
capelli), la zona è sicuramente meno agiata ma non per questo meno interessante.
Sin dal passato la comunità ebraica prima e quella greca poi, trovarono rifugio
in quest’area. La convivenza sembra pacifica e mi lascio trasportare dalle sue
sinagoghe, moschee e chiese, bene raro in questa città. Istanbul è una donna da
amare, è una donna bellissima che fa perdere il fiato e rapisce il cuore ma,
attenzione. Fermarsi alle sue forme non vuol dire conoscerla. Viene spontaneo
stupirsi della maestosità della moschea blu o delle ricchezze del bazar ma non
ci si può fermare a questo. L’umore di questa città è mutevole, cosi come i suoi
quartieri, cosi come le persone, cosi come una donna.
Dopo la visita della chiesa di Chara, che alcune guide definiscono tra i più
splendidi esempi di arte sacra bizantina in Europa, è ora di concedersi una
pausa ristoratrice. Proprio dietro la chiesa, spostata dalle macchine e dal
traffico, scopro allora un piccolo ristorante, l’Asitane. Una colorata insegna
recita: “Cucina ottomana”. Mi incuriosisco. Entro. Un gruppo di ricercatori ha
ricreato antichi piatti risalenti al XVI secolo, traducendo dai vecchi libri dei
sultani le ricette e gli ingredienti usati all’epoca. La scelta per il pranzo
ricade allora sull’agnello al forno con passato di melanzane e formaggio,
servito su un letto di pasta sfoglia. Mi accendo una sigaretta nel silenzio
della sala, aspiro lentamente. Una curiosità: il detto “fumare come un turco”
non si riferisce al fatto che i turchi fumino di più rispetto agli altri popoli
ma solo che fumano cosi lentamente che lasciano finire le loro sigarette senza
averle quasi fumate, per poi accenderne una nuova. Il risultato, ovviamente, è
che sembra che fumino molto di più.
Sazio e soddisfatto esco e riprendo la metro per il ritorno. Dopo circa 40
minuti arrivo all’ultima fermata: Taksim. Tra le sue luci Istanbul, ogni notte
di ogni giorno, viene a divertirsi. Qui le ragazze portano scarpe coi tacchi
mentre i ragazzi le fischiano dietro apprezzamenti. Sembra di essere in un’altra
città. Scopro cosi una nuova Istanbul, fatta di locali, pub, discoteche.
Istanbul qui tollera qualsiasi cosa e non sono inusuali anche hamam o discoteche
gay.
Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul. Tre popoli, tre anime che hanno nutrito
questo mosaico che oggi conta quasi 18 milioni di tasselli, una tra le città più
grandi al mondo. Contraddizioni, modernità, passato e futuro. Istanbul è tutte
queste cose e forse molto di più.
Beh il mio viaggio finisce qui e purtroppo anche il mio periodo di permanenza in
questa città meravigliosa che mi ha ospitato, cucinato e accolto con
l’ospitalità che contraddistingue questo popolo meraviglioso. Questo non è un
addio ma un arrivederci. Grazie Istanbul e a presto.
1942
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo
il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
Non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
Che vorrei dirti di più bello
Non te l’ho ancora detto.
Nazim Hikmet
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